Airole. La storia della val Roja tra ulivi e convivenza

Nella val Roja, luogo di conflitti e di confini mutevoli, c’è un piccolo borgo arroccato e circondato dagli ulivi, diventato nel tempo un luogo di pace, silenzio e convivenza: circa un terzo dei residenti proviene da Francia, Germania, Olanda e altri diciassette paesi. Si tratta di Airole, cresciuto dove si incontravano diverse mulattiere intorno all’anno Mille (il primo atto certo è del 25 gennaio 1273, quando il nobile ventimigliese Folco Curlo, capo della fazione ghibellina, decide di donare il territorio di Airole all’abate Raimondo dell’abbazia di Chiusa Pesio, che ne fa un deposito del sale che i monaci producevano e commercializzavano). Con il passare del tempo, i piemontesi si trovano padroni di un importante corridoio verso il mare, costringendo Ventimiglia a ricomprarla.
Per tutto il XVI secolo il paese cresce, aumentano gli abitanti, viene costruita una casa da molini, crescono i terreni coltivati. Dopo circa due secoli di benessere, il passaggio delle truppe franco-spagnole nel 1747 porta grandi devastazioni: il paese è saccheggiato, il ponte sul Roja distrutto. Nel 1790 arriva l’acqua nella piazza (dove ancora oggi si trova la fontana detta a Pila), nel 1798 la comunità si proclama Comune autonomo.
Il borgo è organizzato ad anelli, percorsi da stradine e caruggi che scendono verso la piazza principale, da secoli (e ancora oggi) cuore della comunità e luogo della vita pubblica. La piazza è dominata dalla chiesa parrocchiale dei santi Giacomo e Filippo: la facciata è ottocentesca, all’interno si possono ammirare alcune statue di santi venerati, diverse tele tra cui la Vergine e i Santi e, sull’altare maggiore e sul soffitto della navata principale, scene dipinte da Luigi Morgari e dal figlio Carlo. Di fronte si trova la famosa fontana “a Pila”, che presenta ancora alcune tracce della struttura originaria.
All’interno del borgo si trovano due monumenti particolari Il primo è l’antico forno (via Gioberti 39), esistente e attivo dalla prima metà del Cinquecento e fino al 1705 di proprietà della comunità (passerò poi alla chiesa). Il forno è stato usato regolarmente fino all’inizio del Novecento: oggi si usa in occasioni speciali, a Natale per esempio vi si cuociono i dolci tipici Mariete e Galeti. Il secondo è il piccolo ma suggestivo Museo dell’Olivo (via Cavour 4): grazie alle donazioni del frantoiano Ernesto Trucchi è possibile ammirare oggetti usati nei decenni passati per la lavorazione delle olive e dell’olio. Paese di frontiera, Airole ha sofferto molto per la seconda guerra mondiale. Con l’inizio delle operazioni belliche contro la Francia, tutti gli abitanti vennero sfollati e portati in treno a Basaluzzo, da dove poterono rientrare solo alla fine del conflitto. Ma anche qui il dopoguerra fu particolarmente duro: per questo è ancora viva nella memoria la grande raccolta di olive del 1945, che impegnò tutto il paese e permise di ottenere migliaia di litri d’olio, la cui vendita (soprattutto in Francia) aiutò il paese a superare le prime difficoltà.
Dal santuario della Madonna delle Grazie, si possono cogliere scorci molto suggestivi del paese e della valle. La chiesa venne edificata nel 1801 per volontà degli airolesi, in un luogo dove già si celebrava la Madonna. L’edificio è stato ultimato nel 1899, la facciata nel 1933. Sul territorio si trovano tre torri di avvistamento: la torre d’Olivè, la torre del Vio e la torre delle Garbae, edificate presumibilmente intorno tra la fine del Cinquecento e il Seicento. La torre d’Olivè è quella meglio conservata ed è oggi inglobata dal tessuto urbano: usata per scopi di avvistamente e difesa, presenta tre piani di uguali dimensioni. La torre del Vio – posta sul torrente omonimo – fu eretta molto probabilmente nei primi decenni del XVII secolo in contemporanea con la costruzione della strada carrozzabile tra Airole e Fanghetto: è posta su due piani, con un pozzo per la raccolta dell’acqua piovana. Ai piedi del paese, parallelamente alla strada che conduce alla frazione di Collabassa, si trova l’antico ponte in pietra: fino alla metà del XX secolo ha rappresentato l’unica via per arrivare al paese.

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