Campo Pisano. Il risseu, le galee e la tragedia dei prigionieri

Una delle piazze più suggestive e meno note del centro storico, sempre avaro di spazi aperti, deve il suo nome e la sua storia a una delle pagine più gloriose e al tempo stesso tragiche della storia di Genova. Parliamo di Campo Pisano, la piazza a risseu sotto Sarzano, con i suoi alti palazzi che la chiudono a emiciclo. Vuole la tradizione, suggestiva ma probabilmente sbagliata, che l’appellativo “pisano” venga dalla battaglia della Meloria e da quello che ne seguì. Nel 1284 la guerra che da tempo opponeva Pisa e Genova – fiere rivali per il primato nel Mediterraneo – trovò il suo epilogo: la flotta della Repubblica comandata da Oberto Doria, grazie alla strategia e all’uso di galee più moderne (e non per ultimo al tradimento di Ugolino della Gherardesca), riuscì a sbaragliare le navi pisane, che in gran numero vennero affondate. Tra migliaia di morti lasciati nel mare di Toscana, i genovesi catturarono circa 10 mila soldati nemici, compreso il comandante veneziano Alberto Morosini (Pisa per tradizione sceglieva un podestà straniero) e quel Rustichello che scriverà “Il Milione” per conto di Marco Polo, durante la prigionia genovese. I pisani condotti in città vennero sistemati in quest’area: ricchi e nobili vennero riscattati e riuscirono a salvarsi, mentre agli altri il destino riservò la morte, per stenti, per fame, per omicidio e il campo dei pisani divenne – anche, e soprattutto – il camposanto dei pisani. Passarono ben 13 anni prima che i pochi sopravvissuti (non più di qualche centinaia) venissero liberati, mentre nasceva il detto, drammatico e beffardo allo stesso tempo, “Se vuoi vedere Pisa vai a Genova”. Quello che era uno spazio libero e aperto venne edificato nel Cinquecento, poco prima di essere compreso tra le mura. La pavimentazione è stata rifatta nel 1992, in occasione delle Colombiane e rappresenta una galea della Repubblica. I palazzi del lato “a monte”, attaccati uno all’altro senza soluzione di continuità, sono tutti vecchi di secoli, almeno nella struttura originale: edilizia popolare, piccole abitazioni di artigiani e portuali, scale strette e ripide che salgono per cinque, sei, anche sette piani, un concerto di panni stesi ad ascuigare e piccoli vasi di fiori in equilibrio su minuscoli davanzali.

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