Valloria. Il borgo delle porte dipinte

Valloria, ovvero Vallis Aurea, la valle dell’oro. Il colore dell’olio, oro liquido, ricchezza di queste colline dal clima ideale per far crescere gli ulivi, dove per lunghissimo tempo si è lavorato cesellando il terreno, curando gli alberi, raccogliendo e spremendo i frutti. Un borgo dalle origini antiche (secondo una leggenda, fondato dai vicini dell’ormai scomparsa Castello, in fuga da un’invasione di formiche rosse così voraci da attaccare addirittura i bambini nella culla), che per secoli ha vissuto in equilibrio e in armonia con la natura. Poi, con il secondo dopoguerra, un destino comune a tanti borghi di montagna (non solo liguri): l’abbandono, la scelta di una vita più semplice in città o in riviera, l’incapacità di convertire l’olivicoltura in una più redditizia produzione di fiori e piante in serra, lo spopolamento. Se nel Settecento Valloria contava oltre 300 abitanti, negli anni Sessanta era arrivata a non più di trenta. Il lato positivo (l’unico) è stata l’integrità mantenuta: con pochi abitanti e pochi soldi, Valloria non è stata massacrata dal cemento selvaggio di quegli anni, ma è rimasta sostanzialmente fedele al suo aspetto di borgo antico, con le basse case in pietra e un nucleo compatto.
La rinascita arriva alla fine degli anni Ottanta, grazie a un gruppo di valloriesi trasferitisi lontani, ma ancora legati al paese e desiderosi di vederlo rianscere. Prima l’idea di una festa, poi la costruzione di uno spazio dove allestire la sagra, creato spianando e preparando una piana proprio in mezzo agli ulivi: nel 1991 nasce l’associazione Le tre fontane (in onore della fontana che – nel 1715 – portò l’acqua in paese, uno dei primi della zona a dotarsi di questa “tecnologia”). Ed ecco arrivare “A Valloria fai baldoria”, uno slogan vincente per tanti momenti di festa e aggregazione e nel 1994 il colpo di genio: perché non invitare dagli artisti, offrire loro una porta (di una casa, una stalla o una cantina, poco importa), lasciare che in piena libertà scelgano tema e stile per dipingerla? Basta quella prima estate per dare un volto nuovo al borgo: 19 porte, grazie ad artisti provenienti da tutto il Nord Italia, prendono vita e colore, si trasformano, si animano.
Anno dopo anno, porta dopo porta, Valloria diventa un vero e proprio museo, che ha i caruggi come gallerie, il cielo (o le basse volte di alcuni vicoli) come soffitto, la vita di ogni giorno come vicino di casa. Oggi la collezione ha superato le 150 opere, e si arricchisce di anno in anno, gli artisti continuano ad arrivare (qualcuno da vicino, qualcuno anche dall’estero: Francia, Svizzera, Germania, perfino Ucraina). Le porte parlano di tutto, e lo fanno in modo diverso, ognuna con un proprio linguaggio: c’è tanta Liguria naturalmente nelle scelte degli artisti, le luci e i paesaggi della zona, il mare e la campagna; ma anche opere concettuali, temi astratti, sacro e profano, mondi incantati, sguardi ironici, politica e poesia. In un connubio sempre più stretto tra arte e borgo, alle porte si sono aggiunti anche dei murales (colpisce quello dedicato all’ulivo e al mondo contadino, che si incontra arrivando in paese) e – in una delle fontane in piazza – un’ardesia scolpita. Proprio dalle fontane inizia il percorso di visita, bene indicato. Conviene seguirlo, per non perdersi nessuna opera e muoversi meglio nel dedalo del borgo. Ma si può anche scegliere di girovagare (Valloria è piccola), fermandosi di porta in porta, scegliendo gli scorci più suggestivi, i vicoli più stretti, gli angoli panoramici. Il sole penetra nel borgo come una lama, ma dove non arriva si possono cercare gli interruttori della luce, e accendere una lampadina per vedere meglio ogni porta.
Oggi Valloria fa parte dell’associazione italiana Borghi dipinti, e ogni anno – durante la “baldoria” estiva – tre nuove porte vengono consegnate agli artisti e dipinte sul momento. L’occasione è ideale per vedere i pittori all’opera, ma anche per vivere questa festa così sentita dai valloriesi e assaggiarne la gastronomia, molto rinomata. Ma Valloria non è solo porte. Oltre al borgo, che di per sé merita una visita, vale la pena anche entrare nel piccolo museo delle “Cose Dimenticate”, allestito nell’ex oratorio di Santa Croce, un edificio del 1587. Qui sono esposti tanti preziosi reperti della vita quotidiana di un tempo, come la si viveva in queste valli: attrezzi domestici o degli artigiani, antichi tessuti lavorati a mano, strumenti contadini e per la produzione dell’olio. Sempre partendo dalle fontane si può salire alla chiesa di San Giuseppe, poche centinaia di metri per scoprire un punto panoramico che in alcune giornate offre una vista del mare fino al profilo della Corsica.

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *