Santo Mandylion. Il sacro volto di Gesù nella chiesa degli Armeni

Secondo la leggenda, il re di Edessa (al tempo una grande città dell’Anatolia) Abgar V, principe dell’Osroene, era lebbroso. Così mandò un inviato di sua fiducia, Anania, a cercare Gesù perché venisse a guarirlo, essendo venuto a conoscenza dei suoi poteri taumaturgici. Poiché Gesù non poteva venire, Anania cercò di fare il suo ritratto, ma non riuscì a riprodurne i lineamenti. Allora Gesù prese un panno e se lo applicò sul volto: i suoi tratti si fissarono su questo fazzoletto, mandylion, che Anania riportò al re Abgar. Alla vista del volto fissato sul mandylion il re guarì e si convertì, conservando quel lino miracoloso. Ma nel 212 Caracalla conquistò la città: la comuità cristiana fu costretta alla clandestinità e la preziosa reliquia acheiropoietica (ovvero non dipinta da mano umana) venne murata per nasconderla.
Se ne persero le tracce, fino al 525 quando il fiume Daisan straripò, creando grandi danni in città. Durante i lavori di restauro, il lino venne ritrovato. Tra il VI e il VII secolo il mandylion acquistò una notorietà universale, fino a che l’imperatore Costantino lo acquistò nella primavera del 943, in cambio di 200 prigionieri saraceni e 12 mila denari d’argento. Il 16 agosto 944 celebrò la festa della traslazione del Santo Volto a Costantinopoli, che ancora oggi è la festa del Volto Santo. Rimase a Costantinopoli fino almeno al 1204, quando con la quarta crociata la città fu distrutta e saccheggiata, e la reliquia sparì. Ricompare oltre un secolo dopo: nel 1362 il capitano genovese Leonardo Montaldo lo riceve in dono (o lo pretende) dall’imperatore Giovanni V Paleologo. Portato a Genova, nel 1384 fu donato dal Montaldo alla chiesa di San Bartolomeo degli Armeni.
Così, da allora Genova ha la sua sindone, l’immagine di Gesù non dipinta da un uomo ma impressa sul tessuto per volontà divina. Che si creda o meno, il Sacro Volto di Edessa è venerato da secoli e secoli ed è, più laicamente, un oggetto di straordinaria fattura: una tempera a uovo su lino, sicuramente molto molto antico, incollato su una tavoletta di cedro e inserito (quando si trovava a Costantinopoli) in una preziosa cornice d’oro e d’argento, capolavoro dell’oreficeria bizantina. I genovesi sono sempre stati molto legati alla loro reliquia: le attribuiscono la capacità di allontanare i malefici e fecero tutto il possibile nel 1507 per riaverla, quando venne per un breve periodo trafugata dai francesi.
Dall’oriente (dalla Montagna Nera, in Armenia) venivano anche i monaci basiliani che nel 1308 fondarono la chiesa di San Bartolomeo a Genova, in fuga dalla loro terra invasa dai turchi. Dell’edificio originario – probabilmente a pianta centrale – è rimasta la parte absidale, con la cupola e la cappella sinistra. La chiesa venne poi notevolmente trasformata sul finire del Cinquecento, quando si aggiunse un’ampia navata unica; passò ai barnabiti (che la officiano tuttora) e fu interessata da altri lavori sul finire del Settecento. Ma la trasformazione più curiosa arriva nel 1883: in quegli anni Genova si espande, nasce l’elegante circonvallazione a monte, e una parte della chiesa viene distrutta per costruire il palazzo che ancora oggi la chiude da due lati. Ecco perché individuarla, dall’esterno, è così difficile: San Bartolomeo degli Armeni è una delle poche chiese al mondo che “condivide” gli spazi con un condominio.

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