Passeggiata di Nervi

25 Giugno 2026
Nata da un sentiero di pescatori e contadini, oggi è una linea sottile tra scogli, parchi, storia urbana e mare aperto.

Due chilometri scarsi, eppure a tratti sembra di essere lontanissimi da tutto: dal rumore della città, dalla frenesia, persino dalla terraferma. La Passeggiata a mare Anita Garibaldi — per molti, semplicemente “la passeggiata di Nervi” — è una striscia sul bordo del Mediterraneo, un margine ostinato tra la roccia e l’acqua. In certe giornate di mare vivo, quando l’onda si alza e si sbriciola in schiuma contro gli scogli, la sensazione è proprio quella: camminare sulle onde, o almeno camminarci accanto, cadenzando il passo sul vortice della risacca.

Una delle passeggiate a mare più belle del mondo, nata però per ragioni molto pratiche. Un sentiero battuto dai pescatori e da chi coltivava poco sopra la costa, usato per raggiungere punti di pesca e piccoli approdi: una traccia che già all’inizio dell’Ottocento aveva una sua evidenza, una sua necessità. Fu nel 1862 che quel tracciato cominciò a cambiare pelle. Il marchese Gaetano Gropallo avviò i lavori per allargare e rendere più comodo quel passaggio costiero, trasformandolo in una vera passeggiata a mare: la prima direttrice era chiara e quasi naturale, dal porticciolo verso levante, fino alla torre sul mare. Solo più tardi (una decina di anni dopo) sarebbe arrivato l’allungamento verso Capolungo, insieme a elementi che raccontano un’idea nuova di fruizione: la passeggiata non più come scorciatoia, ma come gesto, come abitudine, come tempo lento.

Oggi l’ingresso dal porticciolo ha ancora qualcosa di teatrale: pochi metri ripidi, un cambio immediato di prospettiva, e poi la linea che si distende e prende ritmo. Da un lato i mattoncini rossi — migliaia, una tessitura che dà il senso del lavoro paziente — dall’altro la scogliera grigia, tagliata e lucida, e sotto il mare che cambia colore a seconda dell’ora: verde bottiglia, piombo, azzurro sottile. In fondo, quando l’aria è pulita, lo sguardo corre fino al monte di Portofino.

A metà percorso c’è la Torre Gropallo. Per secoli la torre è stata “del Fieno”, perché sul tetto si bruciavano sterpaglie o fieno bagnato per produrre fumo e trasmettere segnali lungo la costa. Era un modo semplice, ma efficace, di parlare da un punto all’altro del litorale: un sistema di avvistamento e di allarme nato quando il mare era anche pericolo, quando le incursioni erano una possibilità concreta. Nel tempo la torre è stata restaurata, riplasmata, seguendo l’evoluzione del borgo: un luogo che ha cambiato proprietari, funzioni e sguardi.

Anche in questo è un simbolo della passeggiata, nata per aggiunte e sovrapposizioni, e che nel tempo ha cambiato più volte nome. Per decenni fu “Principessa di Piemonte”; poi ebbe una breve intitolazione alla Decima Mas negli anni bui della Repubblica Sociale. Nel dopoguerra prese il nome di Anita Garibaldi, che lega quel tratto di costa a una memoria più larga, a un immaginario italiano che qui sembra trovare un’eco calma e marina.

Chi la percorre oggi se ne innamora per i panorami, la vista sui parchi e sulle mille tonalità di blu. E, soprattutto, a quel piccolo miracolo climatico che fa di Nervi un posto “diverso” anche rispetto ad altri tratti della costa genovese: stretta tra le alture e il mare il borgo sorprende per un’aria più mite che si sente addosso, un modo particolare della luce di filtrare tra i rami e rimbalzare sugli scogli. In certe giornate d’inverno basta il sole giusto e ci si ritrova a camminare leggeri, con l’odore resinoso dei pini e quello salmastro che arriva in folate, e la luce che sembra spezzarsi e moltiplicarsi sul nero della roccia.

Negli stessi decenni in cui la passeggiata prende forma e si consolida, Nervi comincia anche a cambiare ruolo: da borgo di margine a stazione turistica, con un’identità legata alla cura del corpo e del tempo libero. Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento arrivano villeggianti e ospiti stranieri, cresce una ricettività che si fa sempre più strutturata — alberghi, pensioni, una vita fatta di soggiorni lunghi e rituali quotidiani — e la passeggiata diventa non solo un’opera sul mare, ma un gesto sociale: un modo di esporsi alla luce, all’aria buona, a quell’idea di benessere che qui, tra scogli e parchi, sembrava naturale.

Ci sono panchine che sembrano messe lì per insegnare a guardare: il profilo delle onde, i disegni che l’acqua lascia sulla roccia, la pazienza dei pescatori appollaiati dove la scogliera concede un appoggio. E poi ci sono i punti in cui il mare diventa praticabile: scalette e accessi che, quando l’acqua è buona e la giornata è amica, regalano un bagno diverso, un mare di scogliera che i genovesi conoscono bene. D’estate il percorso si anima: qualcuno corre, qualcuno passeggia lento, qualcuno si ferma a metà, come se la torre fosse un centro di gravità; eppure la passeggiata non perde mai del tutto il suo carattere. È una linea sottile, esposta, e proprio per questo sincera: basta una mareggiata per ricordartelo, basta una risacca più alta per cancellare l’idea di cartolina.

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