Albium Ingaunum, la fortezza degli Ingauni: così i romani chiamarono la capitale di questo antico popolo ligure, che popolò la fertile piana del fiume Centa. Schierati con i Cartaginesi, gli Ingauni furono sconfitti definitivamente dai romani nel 181 a.C., ma lasciarono traccia del loro passato nel nome della città, che divenne presto importante centro romano. La storia di Albenga era destinata a proseguire, attraversando le vicende dei secoli a venire: fu diocesi dalla metà del V secolo, subì l’invasione e la conquista dei Goti e dei Longobardi, partecipò alla prima crociata come libero comune, venne assoggettata a Genova e ai Del Carretto. Secoli e secoli che si sono sovrapposti e affiancati, costruendo l’identità di una città potente e ambiziosa, lasciando tracce all’interno di un borgo che era un tempo chiuso dalle mura e circondato dal fiume Centa e dal mare (la foce si è spostata negli ultimi tre secoli).
In mezzo a questo addensarsi di tempo, il Battistero è il punto in cui tutto sembra concentrarsi. È stato costruito tra il V e il VI secolo: uno degli edifici più antichi della Liguria ancora in piedi, e uno dei monumenti paleocristiani più importanti dell’Italia settentrionale. Per arrivarci si scende: si trova circa due metri e mezzo più in basso dell’attuale livello stradale, alla quota della città tardo-romana, quasi allo stesso livello degli ambienti più antichi del vicino duomo. È un abbassamento che non è solo fisico: è una piccola soglia. Bastano quei gradini per cambiare l’aria, come se la città moderna restasse sopra e qui sotto iniziasse un’altra misura.
La pianta racconta già una storia: decagonale all’esterno, ottagonale all’interno, un edificio che conosce la grammatica tardo-romana e insieme inaugura una forma cristiana (l’otto come numero simbolico, il centro come fulcro). Non c’è certezza che sorga dove si trovava il foro romano, ma dentro il battistero ci sono elementi romani reimpiegati, come spesso accade nei luoghi in cui la storia non cancella: ricompone.
Entrando, la prima cosa che colpisce è la nicchia del presbiterio con il suo mosaico. È del VI secolo, molto ben conservato. Il tema è la Trinità, ribadita con ostinazione simbolica — cerchi concentrici, lettere alfa e omega — e intorno le dodici colombe, i dodici apostoli. Più in basso le pecore sono i fedeli che ricevono la luce divina. Sul frontone compare la dedica e una lista di santi le cui reliquie forse erano conservate qui: un’ombra di presenza, un’idea di sacro che non sta soltanto nelle immagini, ma anche nei nomi.
Al centro c’è l’originaria vasca battesimale a immersione, il segno di un rito che era esperienza completa, passaggio, gesto fisico. In una delle nicchie laterali, invece, si trova un fonte più tardo, del XVI secolo: un’altra epoca che entra nella precedente, trovando una forma di convivenza. L’interno ottagonale è ritmato da nicchie quadrate e semicircolari; queste ultime si aprono verso l’esterno con finestre in arenaria traforata. Oggi le vediamo secondo una revisione del VII secolo, quando vennero rialzate e chiuse da transenne in arenaria: un intervento che porta dentro il battistero un gusto e un’energia altomedievale, con uno stile vicino all’arte longobarda. Da notare anche le colonne in pietra di Corsica con capitelli in stile corinzio, che hanno funzione soprattutto decorativa, e all’ingresso le due tombe ad arcosolio — o meglio, le copie: gli originali sono nel museo diocesano — risalenti all’alto medioevo e di ottima fattura artistica longobarda. È una presenza che sposta l’edificio: da luogo del nascere spirituale a luogo che custodisce anche la memoria dei morti.
Sopra, sedici archetti sorreggono l’ottagonale tamburo superiore, corrispondenti alle nicchie sottostanti e sostenuti da lesene. E qui entra una storia quasi dolorosa, perché parla di restauri e fraintendimenti: l’attuale copertura lignea della cupola nasce da un errore. Intorno al 1900, Alfredo d’Andrade — protagonista della vita culturale ligure e grande interprete del “finto medievale” di moda — decise di demolire la cupola originaria, credendola un’aggiunta rinascimentale. In realtà era incredibilmente arrivata fino a quel momento la cupola tardo-romana, costruita con il metodo delle anfore conglobate nella volta. Nonostante questa topica colossale, e nonostante il passare dei secoli, il battistero è ancora lì, con la sua geometria netta e la sua luce antica. Un edificio che non pretende di stupire con la grandezza, ma con la densità: pochi metri, pochi passi, e dentro si trova Albenga intera — quella romana, quella paleocristiana, quella longobarda, quella moderna.