Itinerario Fontanabuona

12 Giugno 2026
Parallela al mare ma profondamente interna, la Val Fontanabuona unisce cave d’ardesia, antichi telai, borghi di montagna e storie di emigrazione.

Una valle stretta e parallela al mare, abbastanza vicina alla costa da sentirne l’eco e abbastanza interna da avere un carattere proprio. La Val Fontanabuona unisce Genova e il Tigullio senza affacciarsi davvero sul mare: corre tra montagne, castagneti, torrenti, borghi piccoli e strade di fondovalle, portando con sé tre storie forti. L’ardesia, che per secoli ha dato lavoro, fatica e identità. I Fieschi, che da queste parti costruirono potere e memoria. L’emigrazione, che tra Ottocento e Novecento svuotò case e paesi, lasciando però tracce profonde.

Alle spalle del Tigullio e del Golfo Paradiso, la valle segue il corso del Lavagna fino alla piana dell’Entella. La costa e l’entroterra qui sembrano mondi separati: si guardano poco, si toccano solo alla fine, dove il fiume scende verso Chiavari e Lavagna. Ed è proprio questa distanza a rendere la Fontanabuona interessante.È una Liguria diversa, fatta di cave, boschi, mulattiere, case in pietra, paesi di crinale e famiglie partite lontano.

Per chi arriva da Genova, l’ingresso più naturale è Bargagli. Il paese appartiene alla Val Bisagno, ma dopo l’apertura del traforo verso Ferriere, nel 1971, è diventato una porta occidentale della Fontanabuona. Da sempre luogo di transito tra Genova e l’Appennino, Bargagli ha l’aspetto dei paesi cresciuti lungo una strada: meno raccolto, più funzionale, segnato dal passaggio. Oltre il tunnel si arriva a Lumarzo: siamo nella parte alta, dove l’inverno è freddo e talvolta nevoso, i boschi occupano i versanti e i castagni nascondono frazioni piccole e spesso spopolate, che raccontano meglio di molte parole la fatica di restare.

Scendendo lungo la via principale sfilano Gattorna, Terrarossa Colombo, Ferrada, Cicagna. Terrarossa porta già nel nome una delle storie più note della valle: quella degli avi della famiglia Colombo, originari secondo la tradizione da questa parte della Fontanabuona. Cicagna è il centro storico e geografico della Fontanabuona, e anche uno dei punti migliori per entrare nel mondo dell’ardesia. La pietra nera non è solo un materiale: è stata un’economia, una tecnica, un lessico, una forma di paesaggio. Ha coperto tetti, prodotto lavagne, piani da biliardo, lastre, oggetti d’uso e di artigianato. Ha creato cave e laboratori, cavedani e trasportatori, famiglie intere legate a un lavoro duro, spesso sotterraneo, che ha segnato il corpo della valle. A Cicagna si possono incontrare il Museo dell’ardesia e l’antico opificio di Chiapparino; poco più in là, a Isolona di Orero, la cava sotterranea permette di capire il passaggio decisivo: non la pietra come prodotto finito, ma la pietra nel punto in cui viene estratta, tagliata, trasformata.

Da Cicagna si può aprire una deviazione verso Favale di Malvaro. La strada sale, guadagna quota, punta verso la Scoglina e la Val d’Aveto. In alto, sulla sinistra, Verzi conserva una delle chiese più antiche della zona, Sant’Andrea, nota anche per un presepe napoletano ottocentesco arrivato fin qui e oggi custodito come un oggetto prezioso e inatteso. Poco distante, Lorsica introduce un altro mestiere, più silenzioso ma non meno identitario: la tessitura dei damaschi e delle sete. Già dal Cinquecento questo borgo era conosciuto per stoffe pregiate, legate alla committenza genovese e a una manualità raffinata. È un altro modo di leggere la valle: non solo fatica di cava e terra, ma anche telai, disegni, fili, lavoro femminile, economia domestica diventata eccellenza.

Favale di Malvaro è invece uno dei luoghi simbolo dell’emigrazione fontanina. La statua dell’emigrante non è un decoro urbano: è una dichiarazione. Da queste valli, nella seconda metà dell’Ottocento e nei primi decenni del Novecento, partirono migliaia di persone, spesso verso le Americhe, spinte dalla povertà, dalla pressione demografica, dalla mancanza di terra sufficiente. In località Acereto si trova Casa Giannini, oggi Museo dell’Emigrante. Qui si conserva la memoria della famiglia di Amedeo Pietro Giannini, figlio di emigranti liguri e futuro fondatore della Bank of America. 

Ripresa la via di fondovalle, la Fontanabuona scende verso Carasco. Qui la valle si apre e diventa nodo: da una parte la strada sale verso Borzonasca e la Val d’Aveto, dall’altra si entra nella Val Graveglia, mentre davanti il sistema dei torrenti prepara la piana dell’Entella. Borzonasca merita una deviazione per l’abbazia di Sant’Andrea di Borzone, complesso di origine antica e storia non sempre lineare, isolato in un paesaggio che ha ancora qualcosa di monastico. La Val Graveglia, invece, è un mondo laterale e potente: paesi rurali, rocce, antiche miniere, frazioni come Nascio e Cassagna, unite da un ponte a una sola arcata che sembra costruito per rendere visibile la relazione tra pietra, acqua e abitato. La miniera di Gambatesa resta uno dei grandi capitoli industriali della valle, ma non sempre purtroppo la si trova aperta.

Il percorso principale, però, conduce verso la bassa valle e verso i Fieschi. San Salvatore dei Fieschi è un simbolo di ambizione e potere. La basilica, il palazzo comitale, la piazza ordinata: tutto qui parla della famiglia fliscana, dei conti di Lavagna, del Medioevo come rappresentazione politica e religiosa. È un luogo costruito per affermare presenza, prestigio, continuità. Arrivando dai paesi dell’ardesia e dell’emigrazione, San Salvatore cambia il registro del viaggio: dalla fatica quotidiana si passa alla scena del potere.

Da qui il mare è vicino. L’Entella scende tra orti, ulivi, filari e argini, separando Chiavari e Lavagna ma anche mettendole in relazione. Lavagna conserva un centro storico raccolto attorno a via Roma, alla basilica di Santo Stefano e alle tracce della sua storia fliscana. Chiavari, dall’altra parte, è il grande centro urbano del Tigullio: portici, palazzi, botteghe, artigianato, il ricordo ancora vivo della chiavarina, una delle sedie più leggere e riconoscibili della tradizione ligure. Sono due approdi diversi, entrambi necessari per capire dove finisce la valle: non in un punto secco, ma in una piana abitata, commerciale, agricola e marinara insieme.

Volendo proseguire, oltre Lavagna e Cavi, si arriva a Sestri Levante. Qui l’itinerario cambia natura: non siamo più dentro la Fontanabuona, ma nel suo sbocco ideale verso il Tigullio. Sestri è la città dei due mari, cresciuta sull’istmo che unisce la terraferma al promontorio, tra Baia delle Favole e Baia del Silenzio. È una chiusa scenografica, che mette ancora più in risalto il contrasto. Dopo cave, castagneti, damaschi, partenze e piazze medievali, il mare torna a mostrarsi. E solo allora si capisce meglio la forma della Val Fontanabuona: una valle vicina alla costa, ma mai schiacciata dalla costa; appartata, operosa, segnata da partenze e ritorni, capace di raccontare una Liguria meno immediata e più profonda.

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