VENTIMIGLIA, LE ALPI MARITTIME E LA CULTURA BRIGASCA
Un po’ Francia e un po’ Italia, ma solo per un fatto amministrativo: la val Roja, dalle fioriture subtropicali di Villa Hanbury fino alle incisioni rupestri della Valle delle Meraviglie, è un continuo storico e culturale. Di borgo in borgo, tra le gole scavate dal fiume, il confine è solo una linea. La valle nonostante tutto ha continuato a parlare una lingua più antica, fatta di transiti e di stagioni, di pastori brigaschi e di mulattiere, di cappelle affrescate e di strade del sale, di castelli e di stazioni ferroviarie.
Si comincia dal mare, da Ventimiglia: città di confine, commerciale e turistica, divisa in due dal Roja come da una riga d’inchiostro. Da un lato la città alta, medievale, arroccata, fatta di salite e scorci improvvisi; dall’altro la Ventimiglia più piana e contemporanea, con il respiro del mare e la vita che si distende lungo il litorale. In alto, nei vicoli stretti, la cattedrale dell’Assunta (tra XI e XII secolo) racconta un Medioevo profondamente materico: pietra, stratificazioni, ombre fresche anche d’estate. Accanto, a una quota più bassa, il battistero ottagonale di San Giovanni Battista conserva la solennità del rito. E poi, spostandosi nella piana, la città torna ancora più indietro: Albintimilium affiora con teatro e terme, domus e tratti di mura, come se la Ventimiglia romana fosse rimasta appena sotto la pelle dell’asfalto, pronta a riemergere quando abbassi lo sguardo. C’è anche la Ventimiglia balneare e allegra, con il suo Lungomare Varaldo, dove la città si concede una passeggiata più larga e luminosa. Qui l’idea di confine sembra meno severa: contano soprattutto vento, luce e orizzonte, e quella sensazione tipica dei luoghi di frontiera sul mare — un’aria un po’ più inquieta e più curiosa, come se le storie arrivassero da lontano con la stessa facilità delle onde.
Verso ponente, la strada che porta a Mentone corre lungo una costa che profuma tutto l’anno di mare e di avventure. A Capo Mortola, i Giardini Hanbury sono un colpo di scena: cactus e piante tropicali, fioriture che sembrano smentire l’inverno, un tepore che fa pensare a latitudini diverse. Poi Grimaldi, con la sua fila di case appiccicate alla montagna, e subito dopo, i Balzi Rossi, le grotte dove visse l’uomo preistorico, con la sua storia di incisioni, sepolture e reperti. Subito dopo arriva Mentone, un po’ Liguria e un po’ Riviera francese: la palazzata colorata che digrada verso il mare, il centro dal passo elegante, e le suggestioni legate a Jean Cocteau, che qui ha lasciato un’impronta capace di mescolare arte e costa come se fossero la stessa cosa.
Ma la vera Val Roja comincia quando lasci alle spalle il mare e risali la gola. Dopo pochi minuti e qualche galleria il paesaggio muta di colpo: il Mediterraneo resta come un’idea lontana e davanti si chiude una valle stretta, tortuosa, dove il fiume corre e la roccia si fa più scura. Si entra nelle Alpi Marittime, in un territorio che è stato Regno di Sardegna e poi terra contesa, prima che l’Europa rendesse i confini più leggeri. Eppure ci sono stati momenti in cui quelle linee sono state davvero riscritte: nel dopoguerra, con il trattato di pace del 1947, Tenda e La Brigue passarono alla Francia, e la valle si ritrovò spezzata sulla carta, più che nella vita quotidiana.
Airole è uno di quei borghi che sembrano aver trovato il posto giusto per resistere: arroccato, raccolto, tra ulivi e pietre, con caruggi concentrici che stringono la piazza attorno alla parrocchiale. Dopo Olivetta San Michele la valle diventa Francia quasi senza rumore: stessi colori, stessa luce, stesso fiume, e l’impressione che cambino soprattutto le scritte sui cartelli. La Roya continua a scavare la sua strada ed è facile seguirla, spesso accompagnati dalla ferrovia: ponti arditi, gallerie, curve che sembrano disegnate per assecondare la montagna più che per sfidarla.
A Breil-sur-Roya si può fare una sosta in uno di quei piccoli musei laterali e affascinanti: l’Ecomusée des Transports, vicino alla stazione, conserva memoria di locomotori, vagoni, storie di ferro e di fatica. In una valle così, muoversi non è mai stato scontato: è sempre stato progetto, rischio, ingegno. Da Breil una deviazione va verso Sospel, crocevia commerciale medievale con un centro segnato da un’eleganza barocca e una calma da “terra di passaggio”, oppure continuare a risalire la valle.
Saorge, invece, è un paese che sembra costruito per far perdere tempo: vicoli stretti, case addossate, tetti che prendono tonalità scure o viola quando la luce gira. È un luogo verticale, da attraversare lentamente, perché ogni rampa ricorda che la montagna qui è presente e reale. Poi La Brigue, la piccola capitale di un piccolo mondo — quello brigasco — fatto di pastori, transumanze, comunità testarde. Case di pietra lungo l’argine del torrente, orti dall’altra parte, e sopra l’ombra di un castello ormai in rovina, come un promemoria.
Ma la vera meraviglia arriva fuori dal centro. Notre-Dame-des-Fontaines viene definita la “Cappella Sistina delle Alpi Marittime”, e non è certo un’esagerazione: gli affreschi del Canavesio hanno una potenza narrativa e una ricchezza cromatica che spiazzano, uno schiaffo inaspettato e sublime tra le ombre e la quiete delle montagne. È uno di quei luoghi che spiegano, senza parole, perché passi e valichi per secoli non sono stati confine ma luoghi di scambio: viaggiatori, commercianti, artisti, idee che passano e si depositano.
Le sorprese non finiscono. Bisogna arrivare a Tenda, il centro più grande della valle, una cittadina di montagna piacevole e concreta, per entrare nella storia più antica. Il Musée des Merveilles è una porta contemporanea verso un universo remoto: la Valle delle Meraviglie, nell’area del Mercantour, un paesaggio minerale intorno al Monte Bégo che custodisce decine di migliaia di incisioni rupestri. Segni lasciati su rocce levigate dai ghiacciai: figure, armi, animali, geometrie, una scrittura senza alfabeto che però si riconosce subito come umana.