San Bartolomeo degli Armeni

19 Ottobre 2026
Nascosta tra i palazzi di Genova, una chiesa custodisce da oltre sei secoli il Sacro Volto di Edessa, un'antica immagine di Cristo tra leggenda, arte bizantina e storia.

A Genova, quasi invisibile dalla strada perché inglobata in un palazzo ottocentesco, la chiesa di San Bartolomeo degli Armeni custodisce uno dei tesori più singolari della città: il Sacro Volto di Edessa, o Mandylion. Secondo la tradizione, sarebbe l’immagine di Cristo impressa miracolosamente su un panno e inviata al re Abgar di Edessa. Passata per Costantinopoli, la preziosa reliquia arrivò a Genova nel Trecento, grazie al doge Leonardo Montaldo, e da allora è oggetto di venerazione. Fondata nel 1308 da monaci armeni in fuga dall’Oriente, la chiesa ha attraversato ampliamenti, trasformazioni e perfino la costruzione di un edificio civile che ne ha inglobato parte delle strutture. All’interno conserva, oltre al Mandylion e alla sua straordinaria cornice bizantina, un importante patrimonio di pittura genovese tra Quattrocento e Seicento.

Secondo un’antica leggenda, il re di Edessa Abgar V, sovrano dell’Osroene, un piccolo regno nell’attuale Turchia sudorientale, era gravemente malato. Venuto a conoscenza dei poteri taumaturgici di Gesù, mandò un inviato di sua fiducia, Anania, a cercarlo perché venisse a guarirlo. Gesù non poteva seguirlo e Anania cercò allora di farne un ritratto, senza però riuscire a riprodurne i lineamenti. Fu Cristo stesso a prendere un panno e ad applicarselo sul volto: i suoi tratti rimasero impressi sul tessuto, il Mandylion, che Anania riportò al re. Alla vista dell’immagine, Abgar guarì e si convertì, conservando quel lino miracoloso.

La leggenda prosegue nei secoli successivi. Quando Edessa passò sotto il controllo romano, la comunità cristiana avrebbe nascosto la preziosa reliquia acheropita, ovvero non dipinta da mano umana, murandola per sottrarla alle persecuzioni. Se ne persero le tracce fino al 525, quando il fiume Daisan straripò, provocando gravi danni alla città. Durante i lavori di ricostruzione, secondo la tradizione, il panno venne ritrovato. Nei secoli successivi il Sacro Volto acquistò un prestigio straordinario, fino a diventare oggetto di interesse degli stessi imperatori bizantini. Nel 944, durante il regno di Romano I Lecapeno e Costantino VII Porfirogenito, la reliquia fu trasferita da Edessa a Costantinopoli, dopo una trattativa che prevedeva anche la liberazione di prigionieri musulmani. Il 16 agosto venne celebrato solennemente il suo ingresso nella capitale dell’Impero. Il Mandylion rimase a Costantinopoli per oltre due secoli e mezzo, fino almeno al 1204, quando la quarta crociata portò alla conquista e al saccheggio della città.

Da quel momento le sue tracce diventano incerte.La storia riprende a Genova, oltre un secolo dopo. Secondo la tradizione, nel 1362 il capitano genovese Leonardo Montaldo ricevette l’immagine in dono dall’imperatore Giovanni V Paleologo, come ricompensa per i servizi resi in Oriente. Montaldo, che sarebbe diventato doge di Genova, morì nel 1384, lasciando per testamento il prezioso oggetto alla chiesa di San Bartolomeo degli Armeni. Nel 1388 la sua presenza nel monastero genovese è documentata. Ed è qui che il Sacro Volto si trova ancora oggi.

Così Genova ha da oltre sei secoli la sua sindone, un’immagine di Cristo che, secondo la fede, non sarebbe stata realizzata dall’uomo ma impressa sul tessuto per volontà divina. Che si creda o meno alla sua origine miracolosa, il Sacro Volto di Edessa, chiamato a Genova anche Santo Mandillo, è un oggetto di straordinario valore storico e artistico. Gli studi hanno individuato un’antica immagine dipinta a tempera, una componente tessile e un supporto ligneo, ma la datazione e le vicende più remote dell’opera rimangono oggetto di discussione. Non esiste, del resto, la certezza che il Mandylion genovese sia proprio quello venerato nell’antica Edessa. È invece indiscutibile la qualità della sua cornice, un capolavoro dell’oreficeria bizantina del Trecento, lavorato in metallo dorato con filigrane e rilievi. Dieci piccole scene ripercorrono la leggenda del re Abgar e il viaggio del Sacro Volto. Un oggetto prezioso che, oltre alla devozione religiosa, testimonia la raffinatezza artistica della Costantinopoli medievale.

I genovesi sono sempre stati molto legati alla loro reliquia, alla quale attribuivano anche la capacità di allontanare i malefici. Nel 1507 il Mandylion venne trafugato durante la dominazione francese della città e portato in Francia. Ne seguì una complessa vicenda diplomatica, che coinvolse anche il re Luigi XII e si concluse con la restituzione dell’immagine. Dall’Oriente venivano anche i monaci basiliani che nel 1308 fondarono la chiesa di San Bartolomeo degli Armeni. Provenivano dalla Cilicia, una regione legata al mondo armeno, dalla quale erano fuggiti per l’avanzata dei turchi. Trovarono rifugio a Genova e costruirono un piccolo edificio religioso che, nel corso dei secoli, avrebbe cambiato più volte aspetto. Della chiesa originaria sono rimaste la parte absidale, con la cupola, e la cappella sinistra. Sul finire del Cinquecento venne aggiunta un’ampia navata unica; nel 1650 la chiesa passò ai barnabiti, che la officiano tuttora, e nel 1775 fu nuovamente ristrutturata.
Ma la trasformazione più curiosa arrivò nel 1883. In quegli anni Genova si stava espandendo verso le colline, con la costruzione dell’elegante circonvallazione a monte e dei nuovi quartieri residenziali. Una parte della chiesa, compresa una cappella laterale, venne demolita per lasciare spazio al palazzo che ancora oggi la chiude su due lati. Ecco perché individuarla dall’esterno è così difficile: San Bartolomeo degli Armeni è una chiesa quasi nascosta dentro un condominio, con la facciata inglobata in un edificio civile. Una sistemazione davvero singolare, che dice molto delle trasformazioni urbanistiche vissute da Genova nell’Ottocento.

Nonostante questa storia travagliata, San Bartolomeo conserva moltissime opere di grande pregio, che ne fanno una delle chiese più ricche e interessanti della città. Alla costruzione più antica appartengono gli affreschi quattrocenteschi nel vestibolo della sagrestia, con le Storie della Passione, la Crocifissione, gli Evangelisti e i Dottori della Chiesa. Una parte importante del corredo decorativo è direttamente legata al Sacro Volto. Giovanni Battista Paggi affrescò la scena di Gesù che consegna ad Anania la propria immagine, mentre Orazio De Ferrari, Giulio Benso e lo stesso Paggi lavorarono alle Storie del Santo Sudario, sulla controfacciata e sulla parete laterale destra. La leggenda del Mandylion, insomma, non è soltanto custodita dentro la chiesa: è diventata anche il soggetto delle opere che la decorano. Sulla volta spicca il Martirio di San Bartolomeo, affrescato da Lazzaro Tavarone nel 1596. Nella ricca quadreria si trovano opere di Orazio De Ferrari, Luca Cambiaso e Domenico Piola, alcuni dei maggiori protagonisti della pittura genovese tra Cinquecento e Seicento. Sull’altare maggiore è conservato il polittico del pisano Turino di Vanni, datato 1415, una splendida opera di impostazione ancora gotica, realizzata per questa chiesa e arrivata fino a noi attraverso più di sei secoli di trasformazioni. Da segnalare infine due crocifissi lignei, uno di Anton Maria Maragliano e uno attribuito a Giovanni Battista Bissoni, e la reliquia del piede di san Bartolomeo, patrono della chiesa.

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