Bussana Vecchia ha avuto almeno due vite. La prima si interrompe bruscamente la mattina del 23 febbraio 1887, quando uno dei terremoti più violenti della storia ligure devasta il paese e spinge la sua popolazione ad abbandonarlo. La seconda comincia più di settant’anni dopo, quando un gruppo di artisti risale verso quelle case vuote, occupa gli edifici ancora utilizzabili e prova a costruire tra le rovine una comunità diversa.
L’attuale borgo si sviluppò in altura intorno all’XI secolo. Prima esisteva probabilmente un insediamento più vicino alla costa, Armesana, di origine romana: le incursioni che nei primi secoli del Medioevo interessavano il litorale contribuirono allo spostamento della popolazione verso una posizione più facilmente difendibile. Intorno alla metà del XII secolo sulla sommità del colle esistevano il castello dei conti di Ventimiglia e alcune abitazioni. Il paese crebbe poi intorno a quel nucleo, serrato sulla cresta, con case addossate, vicoli stretti, passaggi coperti e archi tra un edificio e l’altro.
La posizione proteggeva, ma aveva anche i suoi rischi. Bussana conobbe diversi terremoti nel corso dell’Ottocento. Quello del 1831 distrusse decine di abitazioni e danneggiò la chiesa; una nuova scossa nel 1854 provocò altri crolli. A quel periodo risalgono alcuni degli archi di sostegno ancora visibili tra le case, costruiti per rinforzare edifici che avevano già mostrato tutta la propria fragilità.
Poi arrivò il 23 febbraio 1887.
Era il mercoledì delle Ceneri. Poco dopo le 6 del mattino una prima forte scossa colpì la Liguria occidentale; ne seguirono altre, violentissime. A Bussana crollarono molte delle abitazioni della parte più antica e alta del paese. Cedette la volta della chiesa parrocchiale di Santa Maria delle Grazie e Sant’Egidio, dove numerosi abitanti si erano riuniti per la funzione religiosa. Morirono 53 persone e altre 23 rimasero ferite. Il campanile fu gravemente lesionato ma restò in piedi: ancora oggi, sopra le rovine della chiesa, è il segno più riconoscibile del vecchio paese.
Il terremoto fece complessivamente 631 vittime, in diversi paesi del Ponente. A Bussana i sopravvissuti avrebbero voluto almeno in parte recuperare il paese, ma le autorità decisero che fosse più sicuro costruire un nuovo abitato a valle, forse anche – secondo voci di allora – per favorire una speculazione edilizia. Per alcuni anni i bussanesi vissero in sistemazioni provvisorie, tra tende e baracche nella piana dell’Armea. Bussana Nuova venne costruita più vicina al mare e nel 1894 il trasferimento poteva considerarsi concluso. Nella Domenica delle Palme di quell’anno le immagini sacre furono portate in processione dalla vecchia chiesa al nuovo santuario del Sacro Cuore. Il gesto aveva un significato evidente: non si spostavano soltanto statue e arredi, si chiudeva una storia durata secoli.
Il vecchio paese rimase vuoto. Pioggia, vento e vegetazione si aggiunsero ai danni del terremoto; pietre, mattoni e materiali ancora utilizzabili furono portati via. Per decenni Bussana fu davvero un paese abbandonato, con le case aperte, i tetti sfondati e le strade invase dalle macerie.
Poi qualcuno cominciò a risalire.
Tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio dei Sessanta arrivarono i primi artisti. Tra i primi a riscoprire il borgo ci sono il ceramista torinese Mario Giani, in arte Clizia, e il pittore Vanni Giuffrè. Attorno a loro si formò progressivamente una comunità internazionale di pittori, scultori, ceramisti, scrittori e artigiani.
Era un esperimento molto distante da un normale progetto di recupero edilizio. Gli edifici non venivano restaurati per riportarli a un presunto stato originario: si recuperava quello che poteva essere reso abitabile, spesso usando materiali trovati sul posto, cercando di convivere con ciò che il terremoto aveva lasciato. Le rovine restavano rovine; dentro e intorno, però, tornavano il lavoro e la vita.
La comunità provò anche a darsi proprie regole. Le case recuperate non dovevano diventare proprietà individuali da comprare e vendere: chi arrivava poteva utilizzare uno spazio, sistemarlo, lavorarci; chi se ne andava lasciava alla comunità ciò che aveva recuperato. Era un modello idealista, in parte anarchico, figlio di un momento storico preciso. E per qualche anno funzionò.
Vivere a Bussana significava però anche fare i conti con condizioni molto concrete. Non c’erano servizi essenziali, gli allacciamenti arrivarono gradualmente soprattutto tra gli anni Settanta e Ottanta, i restauri erano spesso frutto del lavoro diretto degli abitanti. Intanto il paese diventava conosciuto. Arrivavano nuovi artisti, visitatori, curiosi. Si aprivano atelier personali e attività.
E Bussana cambiava ancora. L’esperimento collettivo degli inizi inevitabilmente si indebolì. Crebbero le esigenze individuali, aumentarono i turisti, l’attività commerciale prese spazio. È difficile non vedere, col tempo, anche un abbassamento del livello medio della produzione artistica: più botteghe e oggetti pensati per chi passa qualche ora nel borgo, meno ricerca e meno forza rispetto alla comunità internazionale delle origini. Non significa che l’arte sia scomparsa da Bussana, né che manchino ancora oggi artisti e laboratori interessanti. Significa che il paese degli anni Sessanta non esiste più, trasformato dallo stesso successo che aveva contribuito a renderlo possibile.
Il paese che si vede oggi non è quello medievale, perché il terremoto lo ha spezzato. Non è quello del 1887, perché settant’anni di abbandono lo hanno trasformato. Non è nemmeno più il laboratorio collettivo e un po’ naïf degli anni Sessanta. Sono rimaste insieme tutte queste cose.
La chiesa di Sant’Egidio conserva ancora stucchi e decorazioni barocche sotto il cielo aperto dove un tempo c’era la volta. Poco lontano restano l’oratorio di San Giovanni Battista e le strutture del castello. Intorno ci sono case recuperate, giardini costruiti dentro le rovine, atelier, abitazioni e muri che non si capisce più immediatamente a quale delle tante Bussana appartengano. Forse è proprio lì, in quei due movimenti opposti lungo la stessa collina, in questo divenire che ancora non si arresta, che si trova l’attuale identità di Bussana Vecchia.