Itinerario Val Trebbia

19 Agosto 2026
Una valle attraversata da monaci, poeti e famiglie genovesi: la statale 45 segue il Trebbia da Torriglia a Bobbio, lungo la strada di Caproni e dei monaci, tra borghi, castelli, memorie partigiane e antichi passaggi.

La statale 45 lascia Genova, supera l’Appennino e segue il Trebbia fino alla pianura piacentina. È una strada di curve, boschi e paesi distanti pochi chilometri ma spesso molto diversi tra loro. Un itinerario che parte da Torriglia, incontra il presepe di Pentema e i luoghi di Giorgio Caproni, supera il confine ligure e termina a Bobbio, davanti alle arcate irregolari del Ponte Gobbo. La valle è una via di comunicazione da tempi antichissimi. Percorsi preistorici e strade romane collegavano la costa alla pianura; nel Medioevo passarono di qui monaci, mercanti e pellegrini. Malaspina, Fieschi, Doria e altre famiglie feudali controllarono castelli, ponti e transiti, lasciando un’impronta genovese che resta leggibile anche oltre l’attuale confine regionale. La viabilità difficile e la distanza dalle grandi direttrici hanno conservato a lungo un paesaggio appartato. Il Trebbia scorre tra gole, spiagge di ciottoli e anse profonde; i paesi si raccolgono lungo il fondovalle o si arrampicano sui versanti. Si dice che nel 1945 Ernest Hemingway abbia definito questa «la valle più bella del mondo»: non è documentata con certezza, ma dice molto del fascino esercitato da questo territorio.

Il viaggio comincia a Torriglia, storico punto di controllo delle strade appenniniche e luogo di villeggiatura dell’entroterra genovese. Sopra il paese restano i ruderi del castello, appartenuto ai Malaspina, ai Fieschi e infine ai Doria. Nel centro, invece, il nome di Torriglia è legato soprattutto ai canestrelli, biscotti di pasta frolla diventati uno dei prodotti più riconoscibili della valle. Da qui si raggiunge Pentema, nella laterale Val Pentemina. Il borgo conserva case in pietra, archi, aie e stretti passaggi raccolti intorno alla chiesa. Ogni inverno si trasforma in un grande presepe diffuso: oltre quaranta scene e personaggi a grandezza naturale ricostruiscono mestieri, lavori domestici e momenti della vita contadina dei primi anni del Novecento. Non è soltanto una rappresentazione della Natività, ma un modo per riportare nelle strade la memoria del paese. Da Torriglia una deviazione conduce anche al lago del Brugneto, il più grande bacino artificiale della Liguria e una delle principali riserve d’acqua di Genova. La diga ha cambiato il paesaggio, creando uno specchio d’acqua ormai entrato nell’immagine della valle, circondato da boschi e sentieri.

Tornati lungo il Trebbia, la strada raggiunge Montebruno. Fin dall’epoca longobarda erano presenti in questa zona i monaci legati all’abbazia di San Colombano di Bobbio. Il territorio passò poi sotto il controllo dei Malaspina, dei Fieschi e dei Doria. Il ponte Doria attraversa il fiume e conduce al santuario di Nostra Signora di Montebruno, costruito a partire dal 1486. Secondo la tradizione, la sua origine è legata all’apparizione della Vergine a un pastore muto. Il complesso, con il convento e il chiostro, ospita anche il Museo della cultura contadina dell’alta valle, dove oggetti e strumenti restituiscono la concretezza del lavoro quotidiano in montagna. Anche il passaggio di Annibale da Montebruno appartiene alla tradizione. La battaglia del Trebbia del 218 avanti Cristo avvenne molto più a valle, vicino alla pianura piacentina, ma il condottiero cartaginese continua a comparire nei racconti di diversi paesi dell’Appennino.

Poco oltre, a Loco di Rovegno, la valle incontra Giorgio Caproni. Il poeta arrivò qui come maestro e, dopo l’8 settembre 1943, rimase per diciannove mesi partecipando alla Resistenza. Queste montagne entrarono nella sua vita e nella sua scrittura. Caproni scelse anche di essere sepolto nel piccolo cimitero di Loco, accanto alla moglie Rina. Rovegno fu uno dei centri più importanti della lotta partigiana nell’alta valle. Il paesaggio di boschi e crinali che oggi accompagna passeggiate ed escursioni fu allora un territorio di passaggi, rifugi, scontri e rastrellamenti. La storia recente emerge ancora nei monumenti, nelle lapidi e nella memoria delle frazioni.

La strada prosegue fino a Gorreto, ultimo comune ligure lungo la statale 45. Il paese nacque intorno a un castello dei Malaspina e nel Seicento passò ai Centurione, famiglia genovese che costruì il proprio palazzo e organizzò un borgo fortificato. Una parte delle mura rimase in piedi fino ai primi anni del Novecento. La Liguria amministrativa termina qui, ma il paesaggio e la cultura continuano senza vere interruzioni. Gorreto, Ottone e le montagne vicine appartengono al territorio delle Quattro Province, diviso tra Genova, Piacenza, Pavia e Alessandria ma unito da dialetti, musiche, balli e tradizioni comuni. Il suo suono più riconoscibile è quello del piffero appenninico, oggi accompagnato dalla fisarmonica e un tempo dalla müsa, la cornamusa locale.

Superato il confine regionale si arriva a Ottone, paese emiliano ma per secoli legato alle famiglie feudali genovesi. Nel punto più alto del borgo si trova il castello Malaspina, divenuto poi residenza dei Doria. Poco fuori dal centro resta il Mulino dei Principi, una testimonianza del sistema agricolo e produttivo della valle. Da Ottone in poi il paesaggio diventa più aspro. Il fiume si stringe tra le montagne, la strada sale e scende e i boschi si avvicinano all’acqua. Dopo Marsaglia, una deviazione sulla sinistra conduce a Brugnello. Il borgo è minuscolo, costruito in pietra su uno sperone a picco sul Trebbia. Le case sono raccolte intorno alla chiesa dei Santi Cosma e Damiano; dietro l’abside si apre una terrazza naturale dalla quale si osserva una delle anse più spettacolari del fiume. È uno di quei luoghi in cui la forma del paese e quella della montagna sembrano dipendere l’una dall’altra.

Tornati sulla statale, si costeggiano le gole di Brugnello e i meandri di San Salvatore. Qui il Trebbia disegna curve profonde tra pareti boscose e spiagge chiare. Il fiume, più che accompagnare la strada, sembra stabilirne il ritmo. L’ultima tappa è Bobbio. Il territorio era abitato già in epoca preistorica, ma la storia della città è legata soprattutto a Colombano. Il monaco irlandese fondò il proprio cenobio nel 614. Nei secoli successivi l’abbazia diventò uno dei maggiori centri religiosi e culturali dell’Europa medievale, con una biblioteca e uno scriptorium fondamentali per la conservazione e la diffusione dei testi antichi. Il monastero esercitava la propria influenza su un territorio vastissimo e manteneva rapporti con la costa ligure. Le vie seguite dai monaci, dai pellegrini e dalle merci contribuirono a unire per secoli Bobbio, l’alta valle e Genova.

La città conserva ancora un impianto raccolto, fatto di strade strette, case in pietra e palazzi cresciuti intorno all’abbazia e al fiume. Ma il suo simbolo più conosciuto è il Ponte Vecchio, chiamato Ponte Gobbo per l’andamento irregolare delle undici campate. Il ponte è documentato almeno dal 1196, anche se la forma attuale è il risultato di numerosi ampliamenti e ricostruzioni. Secondo la leggenda, il diavolo lo costruì in una sola notte in cambio dell’anima del primo essere vivente che lo avesse attraversato. San Colombano lo ingannò facendo passare per primo un cane.

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