Varese Ligure

21 Luglio 2026
Il Borgo Rotondo, i Fieschi, le frazioni di montagna e la valle del biologico.

Siamo nell’Alta Val di Vara, nella parte più interna della provincia della Spezia, non lontano dal confine con l’Emilia. Il territorio comunale è enorme per la scala ligure: dopo Genova, è uno dei più estesi della regione, fatto di frazioni, crinali, boschi, torrenti e strade che salgono verso il passo di Cento Croci e il passo del Bocco. 

Varese Ligure non nasce come paese appartato, ma come luogo di controllo tra la Riviera di Levante, il Parmense e l’area appenninica. Il nome viene dal Vara, il fiume che dà forma alla valle. Nel 1161 i conti Fieschi ottennero dall’imperatore Federico I l’investitura feudale su Varese e da quel momento il paese entrò nell’orbita della grande famiglia fliscana, una delle più potenti della Liguria medievale. Prima ancora, la pieve di Varia aveva avuto un ruolo religioso importante in un’area poco popolata ma strategica, capace di controllare un territorio ampio e disperso. Alla fine del Duecento, dopo una lunga stagione di contrasti con altri rami nobiliari presenti nella zona, i Fieschi decisero di fondare un nuovo borgo. Non un agglomerato cresciuto a caso, ma un insediamento pensato: un nucleo ellittico di case in muratura, chiuso verso l’esterno, ordinato intorno a spazi interni destinati al mercato e alla vita della comunità. Le abitazioni avevano una funzione insieme domestica, commerciale e difensiva: sotto i portici si lavorava, si conservavano merci, si tenevano botteghe e magazzini; ai piani superiori si abitava. La forma stessa del borgo diventava protezione.

È questo l’aspetto più interessante di Varese Ligure: il suo centro non è solo “bello” o ben conservato, ma leggibile. La struttura urbana rivela un’idea precisa di potere e di economia. I Fieschi non costruirono soltanto un paese: organizzarono uno spazio. Offrirono terreni, fissarono regole, stabilirono volumi e funzioni. La comunità trovava protezione, i feudatari controllo, il mercato un luogo stabile. A chiudere il sistema difensivo, sul lato settentrionale, c’era il castello dei Fieschi. La torre alta è detta del Piccinino, dal capitano di ventura Niccolò Piccinino, che nel Quattrocento intervenne nelle lotte per il controllo del borgo. Il torrione cilindrico, invece, è legato a Manfredo Landi, signore di Compiano, entrato nella storia varesina anche attraverso il matrimonio con Antonia Maria Fieschi. Dopo la fine del potere feudale dei Fieschi, nel 1547, seguita alla fallita congiura di Gian Luigi contro Andrea Doria, il castello cambiò funzione più volte: presidio, sede di potere, carcere, spazio pubblico. Oggi resta uno dei punti chiave per capire il peso politico che Varese ebbe nel Basso Medioevo.

Di fronte al castello si apre un altro capitolo della storia locale: la chiesa di San Filippo Neri e Santa Teresa d’Avila, parte del monastero delle monache agostiniane. Per secoli quel luogo ha avuto una presenza molto forte nella vita del paese. Non solo per la clausura, ma anche per il lavoro: erbe aromatiche, funghi secchi, verdure, dolci. Le sciuette, piccoli fiori di pasta di mandorle, appartengono a questa memoria monastica e domestica insieme. Poco lontano, il ponte di Grexino porta in un’altra Varese. È un ponte a una sola arcata, datato al XVI secolo, che collega il nucleo antico di Grexino con il resto del paese, superando il torrente Crovana. Anche qui la storia documentata convive con il racconto popolare. Al ponte è legata la vicenda di Calcagnino, il giovane sposo travolto dalla piena mentre cercava di raggiungere la sposa. 

Fuori dal Borgo Rotondo, il paese si allargò nel cosiddetto borgo esterno, dove tra Quattrocento e secoli successivi si stabilirono famiglie importanti. Qui le abitazioni riprendono, in scala minore, modelli urbani e nobiliari genovesi: portali, facciate, soluzioni architettoniche che mostrano il rapporto continuo tra l’entroterra e la città. Nella stessa zona si incontrano l’oratorio di Santa Sabina, la torre civica e, poco più fuori, la chiesa di San Giovanni Battista. Quest’ultima conserva un patrimonio d’arte significativo, frutto anche della committenza delle famiglie locali: tele di Giovanni Andrea De Ferrari e Gregorio De Ferrari, una statua lignea della Madonna della Visitazione attribuita ad Anton Maria Maragliano, opere che spostano lo sguardo oltre la dimensione rurale.

Varese Ligure non finisce però nel suo centro. Le frazioni sono parte sostanziale del racconto, perché il territorio comunale è fatto di nuclei separati, spesso piccoli, ciascuno con una storia propria. A Cassego il Museo contadino raccoglie strumenti e memoria del lavoro agricolo. A Comuneglia, nella chiesa di San Pietro Apostolo, si conserva una rara Madonna col Bambino attribuita a Luca Cambiaso: una scultura in marmo apuano arrivata qui dopo la soppressione della chiesa di San Francesco di Castelletto a Genova. A Trenzanasca il culto di san Giovanni Nepomuceno rimanda con ogni probabilità ai girovaghi, ai suonatori e agli addomesticatori di animali che partivano da Varese Ligure e raggiungevano l’Europa orientale. Porciorasco, quasi abbandonato e abitato per lunghi periodi da pochissime persone, conserva invece una memoria corsa: nella chiesa di San Michele si trova un gruppo ligneo della Madonna di Lavasina, che richiama il celebre santuario vicino a Bastia. Sono dettagli diversi, ma indicano la stessa cosa: da queste montagne si partiva, si tornava, si portavano immagini, culti, abitudini, racconti.

Negli ultimi decenni, però, Varese Ligure è diventata conosciuta anche per altro. Il paese ha costruito una parte importante della propria immagine sulla sostenibilità. Nel 1999 è stato il primo Comune in Europa a ottenere la certificazione ambientale UNI EN ISO 14001. Oggi questa storia va letta insieme al Biodistretto Val di Vara, che comprende sette comuni dell’Alta Val di Vara e lavora sulla relazione tra agricoltura biologica, allevamento, turismo, artigianato e territorio. Qui l’agricoltura è viva: pascoli, boschi, castagneti, allevamenti, formaggi, miele, funghi e frutti di bosco fanno parte di un’economia fragile ma riconoscibile. Anche la cucina locale entra in questo quadro. I croxetti di Varese Ligure, oggi Presidio Slow Food, sono una pasta fresca stampata con appositi stampi in legno. La loro particolarità non sta solo nella forma rotonda, ma nel gesto: il disegno inciso sulla pasta, il rapporto con gli artigiani che producono gli stampi, la memoria delle feste e delle occasioni importanti. In una valle dove il lavoro manuale ha sempre contato, anche un piatto può diventare documento.

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